Luigi Dalbarba

FILÓ CON PIPO (1943)

En campagna ogni freda sera lera festa, / filó se fasea, / nel cald, dela stala con le vache,tuc contenc iera, / gh’era dele bestie el ciocar de cadene fin che / le se remiesaa ia, le fasea anca lore filó / en compagnia. / I putelec nela paia sugaa, / le done le se la contaa fin che le mendaa, / i omen sentai / en sercol come entorno an fogo i se contaa resalie / e fac del logo. / Da lontan en ciocar de motor sèlaa i cor, de colp se scoltaa mut riar l’oror, / el ricognitor aereo “Pippo” / brontolante / ipestrelas che su tuc / i ciar, somenaa / “piombo” sensa embaras ne le / stroo, lu el mesiaa le carte de la sort, par sent / sfortunaa, le robe fasea nar stort. / Nela stala le lanterne empise le restaa, strase / quarciaa ogni bus e finestra / fin che el brontolar / se sentea distant. / La se ricominsiaa a mooerse e farne tante, / súghi de bocia, laorec de dona e contarsene tante. /

FILÓ CON PIPPO (1943)

In campagna ogni fredda sera era in festa, si faceva filó, / al caldo col fiato delle mucche, erano / tutti contenti, / le vacche muovendosi / facevano rumori con le catene, facevano anche loro filó / in compagnia. / I bambini sulle balle di paglia / giocavano, / le donne parlavano fra di loro fin / che rammendavano gli uomini, seduti come attorno a un fuoco, si raccontavano / storie e fatti successi / in zona. / Da lontano si sentiva il rumore di un motore d’aereo, si gelavano i cuori, di colpo / si sentiva arrivare l’orrore, il ricognitore / “Pippo”, che mitragliava / su ogni luce senza imbarazzo. / Nel buio, / mescolava / le carte della sorte, per persone sfortunate le cose faceva andare storte. / In stalla le lanterne rimanevano / accese, con degli stracci che coprivano ogni pertugio / e finestra, fin / che il rumore si sentiva allontanare e in stalla si ricominciava / a muoversi, i bambini a giocare, continuare i lavoretti e parlare anche a voce alta. /

Ecco, da racconti di mia mamma, ho voluto raccontare ció che mi ha trasmesso.

Luigino di Valeggio


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