Patrizio Vanessi – Pozzolengo (BS) – A fine mese, il 31 ottobre 2026, Halloween, si inaugura, nella sala civica di Pozzolengo (BS), la mostra “Eternal fears”, una serie di figure nero antracite su cartonlegno, preistoriche, ancestrali, evocative. Il me comunicatore cede il passo, nello scritto che segue in terza persona, a Vanessi l’artista.

Ci sono paure che precedono la parola, che abitano l’essere umano prima ancora che egli possa riconoscerle e dare loro un nome. Paure che non appartengono soltanto alla storia individuale, ma sembrano provenire da un tempo remoto, da una memoria collettiva sedimentata nei gesti, nelle immagini e nelle strutture più profonde della coscienza. Sono le Eterne paure, quelle che Vanessi riporta al centro della propria ricerca attraverso una serie di novanta opere nelle quali il segno torna a essere protagonista assoluto, fino a conquistare e sovvertire l’intera struttura narrativa dell’immagine. Davanti a questi lavori si ha la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di originario. Il segno nero, netto e irregolare, tracciato con una gestualità diretta, sembra provenire da una parete preistorica, da un graffito realizzato ventimila anni fa, quando l’essere umano tentava di lasciare una traccia della propria presenza nel mondo, di esorcizzare l’ignoto o di rendere visibile ciò che ancora non riusciva a comprendere.

Non siamo di fronte a una semplice citazione dell’arte primitiva, né a un esercizio di recupero formale. È piuttosto una regressione consapevole verso un linguaggio elementare, una ricerca che tenta di oltrepassare le sovrastrutture della cultura per raggiungere un livello più profondo dell’esperienza umana.

Il segno non illustra una storia: la precede. Non descrive una paura: la rende presente. Le figure che emergono dalla superficie sembrano maschere, occhi, volti, corpi e presenze enigmatiche.

A volte sono organismi indecifrabili, altre volte appaiono come simboli di un mondo interiore che non ha mai smesso di interrogare l’essere umano. La loro forza non risiede nella precisione della rappresentazione, ma nella capacità di evocare. Ogni forma rimane sospesa tra riconoscibilità e mistero, tra una possibile figura e un segno che rifiuta di trasformarsi in immagine definitiva. È proprio in questa ambiguità che si manifesta la tensione della serie. Il segno riprende il sopravvento sulla narrazione, interrompe il racconto ordinato, sottrae all’immagine ogni rassicurante certezza: non c’è una storia da seguire, ma un territorio emotivo da attraversare. Lo spettatore non è invitato a decifrare un codice univoco: è chiamato a confrontarsi con ciò che riconosce intimamente, anche quando non sa spiegarlo. Il titolo Eterne paure introduce così una questione che riguarda la condizione umana nel suo insieme.

In questi ultimi secoli l’umanità ha compiuto progressi straordinari. Ha ampliato i confini della conoscenza scientifica, sviluppato tecnologie capaci di trasformare radicalmente la vita quotidiana, prolungato l’aspettativa di vita, affrontato malattie un tempo incurabili e spinto lo sguardo oltre i confini del pianeta, fino a immaginare la propria presenza nello spazio…

La paura della morte, dell’abbandono, dell’ignoto, della solitudine, della perdita e dell’impotenza continua ad accompagnare l’esistenza. È in questa distanza tra evoluzione esteriore e persistenza interiore che la ricerca di Vanessi trova uno dei suoi significati più radicali. Il richiamo a una memoria ancestrale può essere letto attraverso il pensiero di Carl Gustav Jung, che ha indagato la presenza di strutture simboliche condivise nella psiche umana attraverso il concetto di inconscio collettivo e di archetipi. Le figure essenziali di queste opere sembrano sfiorare proprio tale territorio: non raccontano un’esperienza particolare, ma evocano forme che possono essere riconosciute al di là della biografia individuale.

Anche Friedrich Nietzsche, interrogando la fragilità delle certezze umane e il rapporto dell’individuo con l’esistenza, ci aiuta a comprendere quanto sia difficile sottrarsi alle contraddizioni della condizione umana.

E se la filosofia di Martin Heidegger pone al centro l’essere-per-la-morte, non è per ridurre l’esistenza a una condanna, ma per ricordarci che la consapevolezza del limite appartiene profondamente al nostro modo di essere nel mondo.

Le opere di Vanessi non traducono direttamente queste filosofie in immagini. La sua ripetizione, la pressione del gesto, l’addensarsi delle forme e l’alternanza tra il nero e il fondo chiaro sembrano restituire qualcosa di un’antica necessità: lasciare una traccia per affermare di esserci, dare un contorno all’inquietudine, trasformare l’invisibile in una presenza concreta. Il nero non è soltanto un colore. È una materia psicologica, un accumulo di energia, una soglia attraverso la quale l’immagine prende forma. Il fondo, con la sua luminosità irregolare e la sua stessa fisicità, non è uno spazio neutro, ma il campo sul quale il gesto si manifesta e trova resistenza. Tra queste due forze si sviluppa una dialettica essenziale: apparizione e cancellazione, presenza e assenza, ordine e disordine. Le Eterne paure non chiedono di essere sconfitte attraverso una formula. Chiedono di essere riconosciute. Perché soltanto ciò che riusciamo a guardare senza nasconderlo può diventare oggetto di consapevolezza. A ventimila anni di distanza, idealmente, il gesto dell’uomo che incideva una parete e quello dell’artista che traccia oggi una forma nera sulla carta continuano a incontrarsi in un medesimo bisogno: rendere visibile una presenza, lasciare una testimonianza, stabilire un rapporto con l’ignoto.

Pozzolengo ( BS ) Sala civica – – P.zza Don Gnocchi 2 – Orari: lun- sab 15.00 – 19.00


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