Gabriella Poli – Suono il campanello. Nessuno risponde. La porta è chiusa e qualcuno bussa forte dall’altra parte. Alcune voci concitate urlano: “Non si può uscire è presto”.

Torna la quiete e la porta si apre. La Oss sorride: “Buongiorno, sua mamma ha perso l’apparecchio dell’udito perché è andata a dormire in un letto non suo, per fortuna lo abbiamo ritrovato tra le coperte”.

Mamma è serena seduta nell’ampio salone con gli altri ospiti.

– “Ciao mamma. Mi hanno detto che hai perso l’apparecchio in un letto non tuo. Lo sai dove è la tua camera te l’ho mostrata cento volte”.

– “Non è vero che mi sono persa. Io sono alla camera n. 10”.

– “No mamma la tua è la n. 6, c’è il tuo nome sopra. Ci sono le fotografie dei tuoi cari sulla mensola di fronte, compreso il calendario della tua bisnipote”.

– “Non è vero che mi sono persa e comunque non mi ricordo – risponde stizzita. – Quando vengo a casa bisogna portare questo girello, è molto comodo per camminare”.

– “Il deambulatore è tuo mamma, l’ho comprato l’anno scorso. Vedi c’è il tuo nome sopra”.

Mi siedo e mi guardo attorno, una ventina, tra uomini e donne anziani, oltre la vecchiaia vivibile, per lo più in sedia a rotelle e con evidenti segni di demenza senile. Alcuni dormono a capo chino sul petto. Altri seguono con lo sguardo la oss che canta a squarciagola nel tentativo di intrattenerli. La mamma è annoiata, lo sguardo assente, ma mi ha riconosciuto. E’ sempre bellissima, indossa la tuta di velluto rosa che le ho comprato da poco. Mi piace che sia elegante com’era abituata. Lei era una stilista e amava vestirsi bene. Così cerco di tenerla in ordine anche se ora, forse, non se ne rende conto. Per portarla al bar della struttura, chiamo la oss che deve aprire con una scheda la porta sigillata per la sicurezza. In quel momento mi accorgo che vicino all’uscita ci sono due ospiti. Un signore vestito di tutto punto, con giubbotto e berrettino, e una signora con il cappotto e la borsetta. Per quanto è loro possibile si affrettano per uscire. Faccio in tempo a precederli spingendo il deambulatore sul quale, nel frattempo, si è seduta la mamma. La oss li blocca, la signora piange, e lui, l’anziano comincia a prenderla a pugni. Ritorno indietro per aiutarla.

– “Non faccia così le fa male, non faccia così non può uscire, forse più tardi ora deve cenare. Non so più cosa dirgli per bloccarlo. Gli prendo le mani gelate e le accarezzo. Non faccia così…”.

Nel frattempo arriva un’altra oss che da manforte alla collega. Mi sgancio ed esco. E piango davanti alla mamma che non capisce cosa stia succedendo. Poi mi calmo e la porto al bar.

“Cosa hai mangiato oggi mamma?”. La risposta è sempre la stessa ripetitiva: “non ricordo. Quando vengo a casa devi portare questo girello”.

“E’ tuo mamma”.

“Ma quando vengo a casa?”.

“Mamma ora non puoi le analisi non vanno bene hai bisogno di trasfusioni e qui possono tenerti sotto controllo”.

– “Ma quando vengo a casa?”.

Cerco di distrarla. Questo è un bel bar, grande, c’è gente che va e viene, qui ci sono reparti dell’ospedale la fisioterapia”.

– “Ma quando vengo a casa?”.

– “Ora devi stare qui mamma le analisi non vanno bene”.

– “Ma quando vengo a casa?”.

Ho il cuore gonfio. La scenata dell’anziano che prendeva a pugni la oss mi ha disturbato. La signora con la borsetta che cercava di “scappare” mi ha disturbato. La mamma che ripete la stessa domanda mi dispera. Ho bisogno di piangere. Riporto mamma nella struttura al di là della porta blindata. Saluto in fretta e mi allontano. Poi finalmente in macchina, da sola, il pianto, lungo, a singhiozzi.

Ci si perde così, dopo una lunga faticosa corsa, verso l’arcobaleno.


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