Gabriella Poli – Ho trovato un tesoro! Una moneta da 50 lire nascosta in una vecchia cartella stampa delle Ferrovie svizzere.



Nell’aula magna della scuola di Polizia di Peschiera del Garda, durante il corso Anps di Polizia scientifica con il presidente Giuseppe Reccia e i commissari Graziano Maggio e Nino Scarmigliati, aprendo la vecchia cartellina delle Ferrovie svizzere, che volevo utilizzare per gli appunti, è apparsa una moneta delle vecchie lire.
Il cinquantino, coniato nel 1977, era celato in una tasca della cartella stampa, distribuita nel 1995, quando collaboravo con la Rai e in particolare con il giornalista di Rai Uno Franco Biancacci, allora titolare dell’ufficio di corrispondenza di Ginevra. Dunque, partecipavo alle varie conferenze stampa che gli svizzeri organizzavano nella capitale della confederazione elvetica.
Il cinquantino, ancora brillante, mi ha così riportato indietro nel tempo di una trentina di anni. Mi sono guardata attorno. La platea piena di giovanissimi allievi agenti, tutti nati dopo il 2000. Impatto forte per questa riflessione! Non sapranno mai com’era entusiasmante fare la giornalista a Ginevra, sede anche dell’Onu con gli sceicchi delle “Sette Sorelle”, che allora gestivano il petrolio a livello mondiale!
In particolare ricordo l’incontro con l’allora ex presidente filosovietico dell’Afghanistan, Mohammad Najibullah Ahmadzai, un medico laureato a Kabul, ma che, alla medicina aveva preferito la carriera politica. Un bell’uomo di una cinquantina di anni, molto alto.
Durante l’intervista per la Rai, condotta dal collega Biancacci, Najibullah mi guardava sornione. Alla fine mandò uno dei suoi segretari a chiedermi di restare a cena con lui. Biancacci mi fulminò con lo sguardo e io risolsi dicendo che sarei rimasta solo se aderiva anche il collega.
La stanza dell’albergo in cui era avvenuta l’intervista, ad un certo punto, fu invasa dalle numerose accompagnatrici del politico afghano (mogli o amanti…), che poi, ad un suo cenno, prontamente si ritirarono. Erano venute a comunicargli che, nel pomeriggio, avevano fatto razzia di preziosi nelle famose gioiellerie di Ginevra… . Poi lui avrebbe provveduto a saldare i conti.
Forse, con questo, voleva impressionarmi sulla sua disponibilità economica.
Durante la cena, alquanto imbarazzante poiché al tavolo, uno di fronte all’altra, col collega che rosicava, lui si rivolgeva esclusivamente a me. Parlava inglese malamente e i suoi interpreti traducevano in francese, sempre malamente. Ma non parlava di lavoro bensì di cose personali. Era tutta una domanda su chi ero, dove abitavo, se ero sposata… . Ad un certo punto mi chiese se preferivo il lavoro o l’amore… . E alla fine mi disse che il giorno dopo sarebbe ripartito per il suo Paese e che, se accettavo di sposarlo, mi sarebbe passato a prendere all’ufficio Rai.
In cambio avrebbe fatto un bel regalo anche alla mia famiglia.
Già immaginavo una cinquantina di elefanti arrivare a Brescia davanti alla casa di mio padre Renato e di mia madre Giuliana, allora residenti in un quartiere popolare alla periferia della città “Leonessa d’Italia”.
Comunque ringraziai e mi congedai, pensando ad uno scherzo.
Il giorno dopo un’auto con la bandiera afghana si fermò davanti all’ufficio di corrispondenza. Ne scese il segretario del politico con un enorme mazzo di fiori e mi chiese se ero pronta, che avrebbe caricato le valige.
In quel momento realizzai che era tutto vero. Il medico politico afghano faceva sul serio. Declinai sorridendo e tutto finì lì.
Dopo qualche tempo, nel settembre del ’96, aprendo una rivista italiana, vidi foto orribili di Najibullah col fratello Shahpur appesi ad una corda. I talebani lo avevano torturato e ammazzato dopo averlo prelevato dal palazzo dell’Onu, dove si era rifugiato nel tentativo di scampare alla cattura. Chissà che fine avrei fatto se avessi aderito alla proposta di matrimonio, l’unica ufficiale mai ricevuta in vita mia!





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