Elena Furini – Venezia – Diverse occasioni ci hanno portato a Venezia dal 14 al 18 settembre, in tempo per la 61° Biennale d’Arte Contemporanea che termina a fine ottobre 2026, cinque giorni di full-immersion tra arte, amici, amici artisti. Come ex-veneziani è stato “un tuffo nel passato”, come ha detto l’amico generoso e sapiente guida Marcangelo, ed ancor più come ex galleristi di quella che fu la Fenice Arts Gallery, situata nel campo omonimo del Teatro La Fenice.

Così il nostro percorso veneziano non poteva che iniziare dalla visita alla mostra di un artista, Biagio Gibilterra, che fece tre esposizioni personali in galleria, nei lontani 1986, 1987 e 1991. Abbiamo potuto seguire nel tempo la sua evoluzione artistica in costante divenire. Nel tema di questa mostra dal titolo Visions/Visages presso L’ERA Gallery di Dorsoduro, ci racconta la sua indagine su fotografie che egli chiama mug shot, nome usato per indicare il taglio delle foto segnaletiche, comunque immagini di persone dalla storia più o meno travagliata e sofferta. Ogni volta Biagio lascia la sua traccia con una forza espressiva sorprendente, contenuta nella rivelazione intima di un paesaggio così, come questa volta, di un volto. Poi emerge il suo aspetto più umano, e quindi molto critico anzi arrabbiato verso il sistema del mercato veneziano, che poi è quello italiano, che poi è quello in generale. Lui ci è ancora grato per averlo esposto con quello che era il sistema di scambio/baratto di spazio-opera, un sistema che oggi quasi non esiste più, proprio come nell’editoria non vi è più l’editore che crede nell’opera dell’autore ma è l’autore stesso che deve pure pubblicare a sue spese l’opera, ammesso che non sia già un autore di grande successo. Idem per l’arte.

Gli eventi veneziani legati alla Biennale d’Arte Contemporanea 2026 corrispondono a questo criterio? Sicuramente si tratta di artisti emergenti o comunque affermati che stanno proponendo la loro ricerca, ma vi sono dei temi scelti particolarmente sensibili sul sentire attuale, siano essi provocati o provocanti. Ecco che talvolta la “nazione” propone l’artista che lavora sul tema o problema per cui conosciamo quella nazione, perché l’arte è anche denuncia sociale, e osserviamo che è un problema atavico mai risolto. Nel Palazzo Franchetti vediamo l’esposizione tutta al femminile Turandot- To the daughters of the East, dedicata alle donne e curata da Ziba Ardalan. Il presentare simbolicamente abiti vuoti tutti uguali di donne asiatiche come quelle di Huma Bhabha, rivestiti di gesso e posti su altissimi trespoli nel contesto affascinante del piano nobile con arredo ottocentesco del decoratissimo palazzo, insieme alle altre installazioni nei vari saloni e lungo le scale, rende più stridente il contrasto con libertà-povertà-impoverimento culturale che vivono certe aree geografiche del nostro mondo.

Una curiosità: l’architetto del restauro neo-gotico di palazzo Franchetti affacciato su Canal Grande fu Giambattista Meduna nella metà del 1800, lo stesso che restaurò il Teatro la fenice dopo il primo incendio e che progettò il bel palazzo dove ebbe sede la spezieria di San Paolo, proprio in campo S. Fantin ove anni più tardi ebbe luogo la vivace attività della citata Fenice Arts Gallery, fino al 1992. Lo storico foyer della galleria, oggi ancora visibile con le sue statue in terracotta a grandezza naturale simbolo della Botanica, Medicina, Chirurgia e Fisica e disposte nell’abside decorata di putti e testine, costituiva una singolare e prestigiosa cornice alle proposte d’avanguardia della galleria d’arte moderna. La galleria era animata dal direttore Nicola Valenzin, nonché “mia dolce metà”, con il quale collaboravo come archivista, grafica e per l’allestimento scenografico di mostre particolari. La Fenice Arts Gallery si distinse negli anni, dopo l’apertura nel 1980 con esposizioni di pittura e scultura, per le sue esposizioni molteplici e variegate che spaziavano dalle performance alle installazioni, presentazioni di design, fotografia, grafica, così come oleografia, musica e arti applicate. Fu una formula inusuale quella di offrire un’ampia gamma di linguaggi, per un’epoca nella quale la galleria d’arte moderna era solitamente intesa come luogo legato ad una precisa fascia di mercato e quindi di collezionismo, indirizzata ad un certo specifico stile o ambito artistico. Una scelta che ha portato ad una serie straordinaria e mai esaurita di interessi, eventi culturali ed artistici, sinergie, conoscenze e amicizie.

Foto e testi di Elena Furini

(Fine prima parte. Segue seconda parte in un prossimo articolo) https://arsartismagazine.com/2026/09/21/venezia-larte-e-il-filo-della-memoria-seconda-parte/


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