Sette giorni in Birmania tra pagode dorate, foreste e palafitte

Gabriella Poli – Myanmar – E’ il viaggio dei sogni quello che si può fare nel paese asiatico più mistico d’Oriente. Il paese delle mille etnie, delle pagode, delle risaie. Il tempo scandito dai rituali buddisti. I laghi solcati dalle imbarcazioni dei pescatori che pescano e contemporaneamente guidano l’imbarcazione con una gamba. Un paese immerso nel blu, nell’oro e nell’amaranto. Il meno occidentalizzato dell’Oriente.

Il viaggio verso la Birmania,oggi Myanmar, è lungo e faticoso. Dall’Italia a Singapore per 12 ore e poi ancora 4 ore di volo fino a Yangon. Ma ne vale la pena. Il monumentale Budda sdraiato nella Chaukhtatgyi Pagoda sembra sorridere ai visitatori e la Shwedagon Pagoda di Yangon al tramonto risplende come un gioiello.

Un altro volo per raggiungere Bagan la valle dei templi ricoperti di foglie d’oro che incendiati dal sole inviano folgori in tutte le direzioni. La terra di Bagan, l’antica capitale del primo impero birmano, è disseminata di migliaia di pagode e stupa, del XII secolo. Alcune più umili in mattoni rossi di terracotta, altre impreziosite da oro, stucchi e gigantesche statue di Budda. La pianura bagnata dal fiume Ayeyarwaddy, definita da Marco Polo uno dei luoghi più belli del mondo, si trova nel centro del Myanmar, a circa due ore di volo da Yangon. È rigogliosa di piante tropicali e fiori profumati. 

Nel tempio di Ananda si contano mille Budda. Attorno si sviluppano i villaggi e la piccola economia locale. Le giovani donne si mettono sul viso una polvere ricavata da una pianta per schiarire la pelle e difendersi dai raggi del sole. Ti inseguono con il motorino da un tempio all’altro per vendere stoffe e scatole di lacca, pantaloni e parei lunghi fino ai piedi che qui portano anche gli uomini. Tipici dell’artigianato locale oggetti in bambù laccato. Tradizionale il teatro delle marionette.

Il complesso monumentale Shwe Zigon rivela i suoi segreti sorprendendo. È il posto delle mille cupole d’oro, dei fiori di gelsomino e frangipane venduti per l’omaggio al Budda. Si suonano le campane col bastone creando cacofonie suggestive. Le donne sono minute come bambine, eleganti nei loro vestiti lunghi di seta. Comprano foglie d’oro da applicare sulle statue esprimendo desideri sicuramente semplici come i loro occhi. La vita è davvero semplice qui. Ma nessuno muore di fame. I monaci provvedono a cibo e medicine per i più indigenti. Nel Tempio Manuha il Budda sdraiato è immenso. Lo spazio è angusto e sembra intrappolato come lo sono i sogni nel sonno.

Quando c’è la luna piena si festeggia la festa della luce, ci sono lanterne ovunque e i bambini ricevono giocattoli. Si cena in una piana circondata da templi illuminati. Pollo, pesce, verdure, riso e tè. Dessert consolante con tapioca e crema di platano.

Si lascia Bagan con la barca per un trasferimento lento fino a Mandalay. Dalle 8 alle 12 ore, a seconda delle secche, sul fiume Ayeyarwaddy. Alle 4 del mattino l’umidità è alle stelle. Scorrono le rive e i templi, seminascosti dalla vegetazione, si illuminano a poco a poco di un’alba gonfia di pioggia. Il fiume è lento e largo. L’atmosfera è la stessa del delta del Po, con le canne palustri in fiore. Poi però si incrociano le chiatte dei cercatori d’oro e appaiono i villaggi con le donne che lavano i panni e i bambini che giocano nel fiume limaccioso ma generoso di pesce e nutrimento per i campi di fagioli, cocomeri e meloni. Nel tardo pomeriggio si arriva a Mandalay.

Il giorno della festa della luce i Birmani vanno a visitare il ponte di tek più famoso del mondo, quello di U Bain, 1200 metri sospeso sul lago Taungthaman. Tutti aspettano il tramonto tra fiori di loto e improbabili afrori di spezie. Una cagna va a controllare i suoi cuccioli sistemati sotto una scala tra foglie e fango. I piccoli monaci accendono le candele che illuminano il tempio. Una sposa cammina lenta seguita dagli invitati.

Ancora in barca questa volta di legno con terrazza per raggiungere Mingun, distesi su sdraio di bambù all’ombra di una tenda.

La pagoda bianca abbaglia la piana con riccioli di pietra. Custodisce gelosamente il suo Budda e non si rammarica di non essere stata completata. Doveva essere il tempio più grande del mondo. Ma il re che ne ordinò la costruzione morì improvvisamente è così rimase incompiuta. Ci si arriva attraversando un villaggio di bambù, un altro tempio e un monastero e dopo aver visto una storica e monumentale campana, la Mingun Bell.

Ma bisogna superare l’ostacolo di decine di venditrici di souvenir. Tre braccialetti, due giacche con alamari, un pareo da uomo e un ventaglio, un cappello di paglia birmano sono più o meno l’obolo da pagare per raggiungere la piana della candida pagoda, dove si beve cocco appena aperto.

Al ritorno nel villaggio si fa festa con lo sport: alcuni ragazzi giocano a calcio con la maglia del Milan, altri tentano di conquistare il palo della cuccagna con varie strategie che si rivelano inutili.

Si sale in barca dopo aver toccato la piccola mano di un bambino che chiede qualcosa. Ma non si può dare denaro a un bimbo. Ne offendi la dignità e forse lo rovini per sempre. Magari un dolcetto. Sembra deluso. Guarda la mamma che con il fratellino più piccolo in braccio disapprova. Voleva denaro. Si parte col cuore in subbuglio.

Di nuovo in barca per raggiungere l’Inle resort, un villaggio coloniale nella foresta.

Il giovane pescatore sembra un ballerino. In posa plastica su una gamba sorregge la gabbia da pesca. Altri pescatori, poco lontano, si adoperano magistralmente attorno alle reti con le braccia e, con una gamba, remano e governano la barca in perfetto equilibrio.

In navigazione sul lago Inle in una canoa a cinque posti che sfreccia a tratti tra fiori di loto e gli orti galleggianti degli abitanti dei villaggi di palafitte si vedono scorrere i riti quotidiani della popolazione. Durante un paio di pause per un ristoro è possibile visitare fabbriche di seta di loto e di sigari birmani dove lavorano le donne del villaggio che, per arrotondare, quando arrivano i turisti, offrono piccoli tour in pittoresche canoe di legno a remi. Si chiamano canoe lady, un’iniziativa coordinata da Myo Min Zaw che permette un turismo sostenibile che rispetta il delicato ecosistema dei villaggi sull’acqua.

Il bagaglio è sempre più ricco. Le emozioni sono i migliori souvenir. Le immagini scorrono e il cuore si tuffa insieme ai bambini che giocano e piroettano come delfini lanciandosi nel lago dalle loro case.

Autore: GABRIELLA POLI

Giornalista professionista, iscritta all'Albo professionale dal 1988, ho maturato diverse esperienze nel campo della carta stampata, della radio (Radio RPL, Antenna 3) e della televisione (Rai e Mediaset, Tele Antenna 3). Dottorato internazionale in Tecniche della Comunicazione indirizzo Giornalismo. Sono stata, tra l'altro, direttore di testata giornalistica. Ora mi diletto di argomenti vari quali l'Arte, i viaggi e l'enogastronomia e scrivo libri. (guide di viaggio per la RCS e libri di restauro e arte per l'Editoriale l'Espresso) e romanzi: La sinfonia dei Templari.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...